Quando lo Stigma Colpisce Troppo Vicino a Casa: Parte 3

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Traduzione di Cecilia Bonazza

Sul lavoro

Un sondaggio su 2000 impiegati, commissionato nel 2017 dalla Mental Health Foundation, ha rivelato che il 40% dei lavoratori scozzesi non parlerebbe apertamente riguardo ad un problema di salute mentale per la paura di mettere a repentaglio la propria carriera. Il 42% dice che preferirebbe trovare una scusa, come un problema di stomaco o un mal di schiena, se fosse impossibilitato a lavorare per problemi di salute mentale. E un lavoratore su cinque dice che verrebbe usata l’etichetta di “malato mentale” contro i colleghi.

Sfortunatamente quando si rivela sul posto di lavoro di avere un problema di salute mentale non è raro che il proprio operato venga controllato più spesso o che venga ripetutamente chiesto “Stai bene?”.

Roger Reif di Charlestown per decenni ha fatto un buon lavoro non rivelando il proprio disturbo di tipo II ai suoi colleghi che conosceva bene. Nessuno l’ha saputo anche quando è stato ricoverato per 5 giorni dopo un episodio maniacale. È ritornato al suo lavoro come service manager di un’azienda di alimenti e bevande dicendo solo di aver avuto un episodio di depressione. Nessuno l’ha trattato diversamente.

Ha poi deciso di aprirsi riguardo il proprio disturbo dopo essere stato incoraggiato a farlo durante le sessioni di terapia di gruppo. Lo ha detto ad un suo collega e al suo capo, che “è sembrato spaventato.” Nel giro di qualche settimana Roger ha visto ridurre le sue responsabilità lavorative, è stato tagliato fuori dalle riunioni e non gli è più stato chiesto di fare viaggi di lavoro. “Ho provato a lavorare più duramente, a dirmi che nulla era cambiato, ma questo mi ha portato alla paranoia e mi ha generato ansia riguardo a cosa gli stesse passando per la testa.” dice. “Continuavo a chiedermi: ‘Perché pensano così di te? Ti conoscono da 20 anni.’ Ho cercato di sopportare e mettere da parte il mio orgoglio, sperando che le cose sarebbero cambiate.”

Non è stato così. Ha continuato a lavorare per altri 2 anni e poi è andato in pensionamento anticipato. Ad oggi è riuscito a trasformare la sua rabbia in qualcosa di positivo prendendo parte ad un altro gruppo di supporto e diventando vice presidente della sua sezione locale della Depression and Bipolar Support Alliance.

Robert della Carolina del Sud sta facendo del suo meglio per affrontare la perdita di una amica e quella di un lavoro allo stesso tempo. L’amica lo aveva aiutato a ottenere il lavoro, anche dopo aver saputo che Robert aveva il disturbo bipolare II.

“Credevo che la mia amica fosse comprensiva e che avrebbe saputo come lavorare con me se avessi avuto problemi sul lavoro,” dice. Quell’amica alla fine è diventata suo supervisore. Dopo un episodio ipomaniacale in cui i suoi sintomi si erano intensificati, costringendolo a rimanere a casa qualche giorno, Robert rientrò per un incontro con il supervisore e il direttore delle risorse umane, un incontro finale.

“La mia supervisor, usando delle parole prese da una mail che le scrissi due settimane prima riguardo quello che mi stava accadendo disse: ‘quell’irrazionalità è un problema e potrebbe ripresentarsi’,” ricorda Robert che tuttora ha un nodo alla gola quando parla di quello che è successo nel del 2016.

“Nonostante la sofferenza emotiva, è importante ritornare su questi eventi e rivalutarli sotto una nuova prospettiva in modo che possano essere riformulati come opportunità per trarne insegnamenti. È questo che significa guarire.”, aggiunge Robert.

Con la chiesa

Mentre i dati della LifeWay Research mostrano che di solito le chiese sono di supporto quando si tratta di problemi di salute mentale, dimostrano anche però che circa una persona su 5 interrompe il rapporto con la propria chiesa a causa di una reazione negativa, o la mancanza di essa, alla diagnosi. Le reazioni negative alla diagnosi possono essere sotto forma di commento disinformato, tipo “Devi solo pregare per guarire”, fino a misure più drastiche, come l’esorcismo.

Quando Katie, una devota cristiana, sentì dire diversi anni fa da un televangelista che sarebbe potuta guarire dal suo disturbo bipolare “se solo avesse avuto abbastanza fede”, lei lo prese come un segno che le diceva di interrompere la sua cura farmacologica. Due mesi dopo si fece ricoverare volontariamente; ci vollero 4 mesi per riportarla alla stabilità farmacologica. Da allora ha sentimenti contrastanti riguardo il ruolo che ha la chiesa nel contrastare lo stigma.

Katie sente di poter tornare nella sua congregazione per pregare e condividere i suoi problemi, “ma forse è solo perché sono stabile. Se parlassi di un episodio di quelli gravi penso che loro reagirebbero con ‘Wow, ma che si è fumata?’ e non saprebbero cosa fare.” “La chiesa generalmente ha la responsabilità di educare, di crescere e di guidare” aggiunge. “Ma data la conoscenza che abbiamo ora riguardo allo stigma sulle malattie mentali, e alla ricerca anti-stigma, non credo che essa possa costituire il fattore di cambiamento che ci aspettiamo.

Ci sono vie di culto più accoglienti, che non tengono conto della propria tradizione di fede, dice Stephen Grcevich,  autore di Mental Health and the Church: A Ministry Handbook for Including Children and Adults with ADHD, Anxiety, Mood Disorders, and Other Common Mental Health Conditions. (Salute Mentale e Chiesa: un Manuale per Includere Bambini e Adulti con ADHD, Ansia, Disturbo dell’Umore e altre Malattie Mentali Comuni.) Lui suggerisce di porre queste domande: Offrono educazione riguardo la salute mentale o gruppi di supporto? E riguardo a servizi di consulenza professionale? “Davvero poche chiese hanno pensato di pianificare una strategia per includere bambini ed adulti con problemi mentali” nelle loro soluzioni, dice Grcevich.

Attorno a noi

E’ normale desiderare che le persone attorno a noi, specialmente quelle che ci sono più care, accettino la diagnosi del disturbo e che vogliano comprendere più cose possibili a riguardo. Quando non è cosi, dobbiamo rivolgerci a qualcuno di fidato per avere sostegno.

“Fiducia qui è una parola chiave”, dice Dornak di Chicago. “Servono persone che vi supportino e capiscano che non siete la vostra malattia.”

Corrigan, psicologo e autore di The Stigma Effect: Unintended Consequences of Mental Health Campaigns (L’effetto Stigma: Conseguenze Non Intenzionali delle Campagne sulla Salute Mentale), ha sviluppato il programma Honest Open Proud per ridurre l’auto-stigma e il senso di capacità personale. “Vogliamo fortificare coloro che sono in questa condizione, e coloro che stanno bene devono essere degli alleati.”

Keira, che viene dal Nord Carolina, è pienamente d’accordo. “Ho cominciato a costruire il mio gruppo per la sicurezza di mia figlia, ma ora ho realizzato quanto io ne avessi bisogno per me stessa.”

Andare oltre lo stigma, anche se gli altri non lo fanno

Non potete controllare tutto quello che la gente dice riguardo lo stigma dell’essere bipolari, ma si possono controllare le proprie reazioni. Ecco alcuni consigli per prevenire che paura e ignoranza vi portino a dubitare di voi stessi.

Siate coscienti della vostra forza

Solo perché il bipolarismo richiede un monitoraggio costante non vuol dire che non possiate avere una vita soddisfacente. “Ho avuto più successo con i miei pazienti bipolari perché sono molto introspettivi e hanno lavorato duramente.” dice lo psicologo J.D. Van Eaton.

Fatevi aiutare

Oltre alla psicoterapia cercate un gruppo di supporto. “Aiuta non solo a confrontarsi con la propria malattia, ma anche con i propri sentimenti” dice Roger dall’Indiana, “Ed è bello sapere di non essere i soli che attraversano tutto questo.”

Educate gli altri

Non potete far capire a qualcuno quello che state passando ma potete dare informazioni su cosa sia il disturbo per portare la gente ad avere una mentalità più aperta. Se ve la sentite potete portare un parente, un vicino, il partner o un amico ad una sessione di terapia. “E’ sempre meglio offrire educazione che stare sulla difensiva,” consiglia la psicoterapeuta Terry Dornak.

Siate pronti

Se avete deciso di rivelare la vostra diagnosi al lavoro chiedete al vostro supervisore o al responsabile delle risorse umane quali accorgimenti possono essere presi per qualcuno con il disturbo bipolare, suggerisce Robert del Sud Carolina. “E cercate di avere un piano d’azione per prendervi cura di voi stessi nel momento in cui state male, sia che decidiate di rivelarvi, sia che non lo facciate.”

Articolo di riferimento in inglese

Traduzione di Cecilia Bonazza

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