Diciamocelo, quando non sto bene sono proprio un bel palo in culo. E anche quando sto un po’ meglio, sono comunque un palo in culo, solo un po’ più sottile.
Chi mi conosce lo sa: mi piace sempre e comunque mettere la malattia al centro di tutto per giustificare certi miei comportamenti e il mio modo di essere. Non so come abbiano fatto i miei amici a sopportarmi fin qui, a volte mi sto abbastanza sugli zebedei pure io per via di questo vergognoso vittimismo e questa infima autocommiserazione che mi pervadono e si impossessano di me manco fossero Vecna.
Ma dallo stoicismo di chi mi sta intorno ho capito una cosa: la bambina sana che è dentro di me talvolta si affaccia ancora sul mio sguardo e nelle mie parole ed è a lei che loro si sono affezionati. Per questo mi devo sentire forte. Per questo devo proseguire il percorso che sto facendo basandomi su questa inestimabile certezza.
È proprio così, è grazie ai rapporti umani che sono nati recentemente e meno recentemente che io oggi sono in grado di riconoscere il mio valore. Tra queste persone ce ne sono alcune che sento tutti i giorni, altre che vedo e con cui parlo meno spesso, persone che “lavorano” in prima linea, altre spostate dietro le quinte. Ma io vedo tutti, e a tutti voglio davvero bene.
Per questo ho deciso che mi impegnerò a smettere di infastidirgli l’ano con le mie paturnie. Per quanto possibile, ovvio. Rimango pur sempre una bipolare del cazzo, diceva qualcuno.
Ho già cominciato ad attivare un protocollo di abolizione dei miei meccanismi vittimistici, nella speranza di fare un bel regalo a chi per me semplicemente c’è.
Cari lettori del blog, è vero, c’è ancora tanto stigma in giro e non è semplice incontrare persone che abbiano l’apertura mentale e la pazienza per starci vicino. Ma non rinunciate a farvi conoscere per quello che siete, anche al di là della malattia. Per uscire da una crisi le medicine sono fondamentali, si, ma lo sono altrettanto i rapporti con gli altri.
Esattamente l’anno scorso mi sentivo schiacciata sotto il peso di una depressione che mi stava lacerando. In un anno i miei amici culturisti hanno sollevato quel quintale che avevo sul petto e oggi sono di nuovo in piedi. Personalmente credo che siano stati loro la migliore terapia.
Vedi, caro amico, cosa ti scrivo e ti dico
E come sono contento
Di essere qui in questo momento.
Vedi, vedi, vedi, vedi
Vedi, caro amico, cosa si deve inventare
Per poter riderci sopra
Per continuare a sperare.
E se quest’anno poi passasse in un istante
Vedi, amico mio, come diventa importante
Che in questo istante ci sia anch’io.
Lucio Dalla – L’anno che verrà
Immagine di copertina: Henry Matisse – La Dance 1909