
Il 25 dicembre 2016 venivo ricoverata nel manicomio francese di Thuir. Da allora per me il Natale ha perso ogni tipo di significato, anzi, è successo di peggio. Ogni volta che si avvicina il periodo delle feste la mia mente torna a quei terribili cinque giorni di degenza indecente dentro le mura del Centre Hospitalier Leon-Jean Gregory, il luogo che ha provocato le ferite più profonde che porto addosso.
Penso di essere fortunata, perché la mia forza mi ha permesso di rimettermi piano piano in piedi, nonostante in quel frangente mi sia stato tolto qualsiasi tipo di dignità umana. Ciò che mi schifa e mi angoscia è che casi come quello che ho vissuto io, e casi ancora più gravi e aberranti, continuano a prodursi negli ospedali psichiatrici del nostro “avanzato” Occidente. Ancora oggi certi operatori della salute mentale mettono in atto pratiche disumane, pratiche che non di rado portano alla morte e al suicidio delle persone che le hanno subite.
A 8 anni di distanza quello che infermieri è medici a Thuir mi hanno fatto continua a tenermi sveglia la notte, a suon di incubi e di pianti disperati. Per non parlare della legnata che ha subito il mio amor proprio, perché da allora il mio senso di inferiorità nei confronti del mondo intero ha causato danni gargantueschi ai miei rapporti sociali.
Quando all’inizio del 2017 mi sono ripresa dalla psicosi per la quale mi avevano ricoverato, mi ero messa in testa che volevo denunciare l’ospedale per quello che era accaduto. Ma purtroppo, un po’ per via della depressione che stava prendendo il sopravvento, un po’ per via del fatto che molti non hanno creduto alle mie parole (in fondo credo che neanche i miei genitori mi abbiano mai veramente creduta), ho desistito e ho cercato di dimenticare. Ma certe cose non si dimenticano, e soprattutto non riesco a lasciarmele alle spalle sapendo che ancora oggi, nel ventunesimo secolo, le persone come me non hanno strumenti per fare valere i propri diritti di esseri umani.
Quel 25 dicembre sono stata ricoverata d’urgenza perché “instabile, agitata e delirante, presentando un delirio a meccanismo intuitivo, interpretativo e di persecuzione con allucinazioni uditive, etc…” Stavo fuori come un balcone e mi dimenavo come se fossi stata morsa da una tarantola. Mi dimenavo perché avevo paura che i medici mi volessero uccidere. Come spesso mi capita durante le psicosi.
Ma ai medici non è bastato sedarmi con dosi massicce di Valium e antipsicotici dopo avermi legato le mani e i piedi, dopo avermi immobilizzata e infilata in un sacco di plastica dentro al quale sono stata trasportata dal pronto soccorso al manicomio. Hanno pensato bene di chiudermi a chiave in una stanza senza bagno. Mi hanno tenuto per diverse ore senza darmi da bere, e poi le infermiere sono venute a portarmi una bottiglia dopo un’ora che picchiavo le nocche sulla porta. Durante i cinque giorni che sono stata chiusa in quella stanza, il vassoio con il cibo mi veniva lasciato per terra e venivo spogliata dalle infermiere che a forza mi spingevano nella doccia. E ho tralasciato i dettagli più raccapriccianti, che da allora sono riuscita a raccontare solo a un paio di persone.
In quei cinque giorni in cui sono stata trattata peggio di come certa gente tratta gli animali, dentro di me è morto qualcosa, qualcosa che con molta fatica sto cercando di recuperare. È morta la mia capacità di reagire di fronte a ciò che non mi sta bene e farmi valere in quanto proprietaria di un cervello pensante, perché in me si è prodotto un meccanismo mentale che non riesco a sradicare per il quale la mia persona in fondo non è degna di rispetto, perché in quella stanza ciò che il sistema mi ha comunicato è che persone come me non meritano nessun tipo di cura amorevole, nessun tipo di empatia, nessun tipo di riconoscimento come individuo. Da allora con molta facilità mi lascio calpestare e ancor più spesso mi autocalpesto, guardando le persone con cui mi relaziono come se avessero il diritto, a prescindere dalle proprie azioni e dalle mie, di rivolgersi a me in qualsiasi modo gli aggrada. Perché dal quel maledetto 25 dicembre mi sento un essere inferiore.
Ciò che ho subito è inaccettabile. È uno schifo. E la mia storia non è neanche così grave quanto altre. C’è chi è morto, e chi continua a morire, dentro a questi fantastici reparti psichiatrici dove vi raccontano che i malati sono trattati allo stesso modo e con lo stesso rispetto di un malato oncologico. Non è vero. Per molti operatori siamo ancora bestie, siamo ancora l’ultimo gradino del genere umano.
Come scrive Piero Cipriano ne “La società dei devianti”: “Il manicomio è stato abolito per legge. Ma non è stato estirpato dalla testa della gente, e degli psichiatri soprattutto.”
Maison de fous – di Giulia Righi – 2017

Grazie perché quella forza continua a farti fare passi da gigante. Grazie per fare conoscere la tua storia,attendo parola in un silenzio sociale terribile. Un abbraccio.
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Grazie di cuore, chiunque tu sia. Non sei sola/o . Il silenzio sociale si può rompere, basta fare squadra con le persone giuste. In qualunque momento tu desideri, io sono qui. Un abbraccio forte a te.
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Sì, è quello: quando hai vissuto certe dinamiche, ogni volta che ti si presenta una situazione analoga scatta quel qualcosa che ti fa reagire sempre allo stesso modo, rintanandoti metaforicamente in un angolo, incapace di controbattere, di alzare la voce, di mandare al diavolo chi merita di esserci mandato. Anche dopo 40 anni, dopo 50, dopo 60… Ma non disperiamo, quello che non è ancora successo fino a oggi, magari succederà domani.
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Mi dispiace molto per quella brutta esperienza in Francia…
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Capisco perfettamente cosa si prova
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Cara Giulia,
La tua esperienza e la tua capacità di reagire, sono encomiabili.
Io stesso mi sento chiuso in un meccanismo di confusione, di perdita di lucidità, in un apparente quotidianità lineare perdo la concentrazione soprattutto quando troppo stimolato o in mezzo alla folla.
La mia esperienza non è stata così drammatica come la tua e capisco sempre di più i miei limiti da quando quella che hanno definito mania di grandezza per me era semplicemente il mio carattere, e da allora dopo quasi 10 anni è diventato un complesso di inferiorità, una mancanza costante da parte mia nei confronti del prossimo e di me stesso.
Ma ho capito sempre di più, come sono e che se so fare qualcosa, qualcun altro non lo sa fare e viceversa.
Visto che hai pubblicato dei tuoi versi ti condivido una poesia che ho scritto in questi giorni, perché scrivere sta diventando sempre più importante nella mia vita, per rimanere centrato:
Frammenti
Sentirsi unici
I soli ad esser così
Potere e forza
Saggezza e intelligenza
Crescere
Consapevoli dei propri mezzi
E poi un lampo
E poi un tuono
Una botta in testa
E il mondo mi sovrasta
Improvvisamente
Sentirsi unici
I soli ad essere così
Inermi e Deboli
Ignoranti e cocciuti
Tornare indietro
Inconsapevolmente
Fino a quando un giorno
Tutto ciò che c’è intorno
Non ha più significato
Non c’è valore nel creato
Illuminazione o demenza
Eremitismo o bagno di folla
Sentimenti attaccati come colla
Inquietudine con insistenza
Abbandonarsi
Ritrovarsi
Tuffarsi nel nulla
Addormentarsi in una culla
Ripartire da zero
Credere sia vero
R.G.
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