Forse il titolo più giusto per questo articolo dovrebbe essere “pregiudizio e orgoglio”. Perché sì, il mio orgoglio viene sempre dopo, come risposta ad un pregiudizio che viene sempre prima.
Come ho già ampiamente raccontato, da qualche anno ho smesso di nascondere la mia condizione mentale con tutte le persone che incrocio, nessuno escluso. A costo di sembrare ripetitiva, ribadisco la mia motivazione per questo folle (non trovo aggettivo migliore) comportamento: a soscietà ha da capì. La società deve capire che non siamo dei mostri, la società deve capire che non siamo stupidi, la società deve capire che se ci obbliga a farci indossare una maschera per essere accettati, ha perso tutta la sua umanità, nonché una grande occasione per guardarsi allo specchio e notare cosa sta andando storto. Ma del perché sono convinta che certe patologie psichiatriche siano il riflesso di un mondo che va a rotoli ne parlerò magari in un articolo a parte.
Dunque, dicevamo: faccio coming out pure con il cane del mio calzolaio. Il riscontro che ho avuto? Sto antipatica a molte, moltissime persone, ci sono quelli che quando racconto certe cose che mi passano per la testa semplicemente non mi credono, la mia onestà viene scambiata per vittimismo ( che poi due motivi per lamentarmi, cristo santo, li avrei pure), i miei sforzi non vengono riconosciuti. E allora perché parli apertamente del bipolarismo, vi chiederete. Perché mi sento molto meglio con me stessa da quando ho smesso di mentire e perché posso stare sicura che le persone che hanno deciso di starmi vicino sono davvero speciali.
E fin qui abbiamo spiegato a grandi linee la parte del pregiudizio. Ma veniamo a quella dell’orgoglio, o meglio a quella dell’autostima, ben più importante per tutti noi. E quando parlo di autostima, intendo quella sana, non quella esagerata tipica della mania che ti fa sentire un essere superiore.
Il mio ultimo attacco violento di orgoglio/autostima l’ho avuto un paio di mesi fa, dopo l’ennesima riprova che alla gente piace controllare i miei social per trovare gli indizi di una mia eventuale prossima crisi. Che poi devo ancora capire di cosa hanno paura, visto che quando insorgono le psicosi puntualmente mi faccio ricoverare e quando esco da psichiatria sono conciata in modo tale da essere più innocua di una patella.
Qui sotto copio e incollo brutalmente il post che pubblicai su Facebook in quei giorni, sperando di far capire a chi ancora non l’avesse compreso che ci vuole un elevato volume di zebedei per gestire la propria malattia mentale e quindi bisogna assolutamente andarne fieri.
A voi il post:
“Oh tu, visitatore in cerca di segni di un mio vacillamento.
Sí, proprio tu che sei preoccupato del mio comportamento.
Sì, sì, tu che “oddio, mo questa fa danni”
Ti svelo non un segreto ma qualche ovvietà (se solo ti fossi preso la briga di conoscermi un po’)
Non ho mai nascosto la mia diagnosi: disturbo bipolare di tipo 1 a fasi prevalentemente maniacali con manifestazioni psicotiche. Forse un tantino schizoaffettiva ma ancora non è certo.
Ogni benedettissimo giorno mi curo al levar e al calar del sole (debilitando piano piano il mio corpo e le mie facoltà cognitive ma con grandi risultati terapeutici) e stringo i denti da 14 anni, ma così forte che fra poco avrò bisogno del cukident.
Mi vanto perché ancora sto in piedi.
Mi vanto perché, nonostante le innumerevoli figure marroni quando perdo il lume della ragione e dopo essere finita tanto in basso quanto una sonda geotermica, ho rialzato la testa talmente tante volte che Mattarella mi dovrebbe fare Cavaliere della Repubblica.
Mi vanto perché ancora le mie depressioni non hanno avuto la meglio.
Mi vanto perché, anche se circolano migliaia di voci sul mio conto e non mi è stato concesso nessun diritto di replica, ho smesso di vergognarmi e sentirmi inferiore. E se sono gentile è soltanto perché sono una personcina educata e a modo, non di certo una sottona.
Mi vanto perché sono passata dalle trasferte all’estero a pulire i tavoli con il vetril, e non ci trovo niente di degradante. Perché lavoro e mi mantengo. Provaci tu con una invalidità come la mia e senza poterti fidare dei tuoi pensieri, porco boiler.
Degradante trovo invece che qualcuno pensi bene di confezionarsi un giudizio rigido su di me partendo da quello che legge e vede sui social o perché magari gli è venuto in mente di farmi due domande. Due domande profonde del tipo: ” Quale colluttorio usi?” o ” Hai cacato stamattina?”
Così come trovo degradante che si pensi che io voglia fare la vittima perché parlo apertamente della mia patologia. Se una malata di cancro mostra con fierezza la sua testa pelata è un’eroina, se una bipolare racconta le sue battaglie invece è solo in cerca di attenzione.
Te lo dico io di cosa sono in cerca: che lo stigma che opprime le persone come me un giorno possa dissolversi come il calcare nell’acido muriatico. E se serve mettere in piazza la mia vita perché questo traguardo abbia anche solo una chance in più di essere realizzato, allora aspettati pure che ti racconti per filo e per segno i miei deliri e le mie allucinazioni. Che Lewis Carroll in confronto a me scansate proprio.
Ehi tu, ti dico un’ultima cosa.
Piango ogni tanto per tristezza e sconforto, sì, ma non mi compatire perché come piango io dal ridere tu probabilmente manco te lo sogni.”
A tutti quelli che si alzano dal letto ogni mattina sapendo che il loro più acerrimo nemico è il proprio cervello, a quelli che stanno affrontando mille rinunce, a quelli che vengono emarginati perché giudicati troppo strambi, a quelli a cui viene fatta una colpa per avere emozioni fuori misura, a tutti quelli che si curano senza sapere se la cura funzionerà, a tutte queste persone, a tutti noi, voglio dire: rispondete al pregiudizio con una bella badilata di orgoglio.
Vi lascio con una frase di Carrie Fisher che casca a fagiolo: “A volte essere bipolari può rappresentare una sfida che ti consuma molto, che richiede tanta resistenza e ancora più coraggio, quindi se stai vivendo con questa malattia e riesci a far funzionare la tua vita, è qualcosa di cui essere orgogliosi, non di cui vergognarsi. Insieme ai farmaci i medici dovrebbero prescrivere delle belle medaglie d’oro.”
sei FANTASTICA!!!!!
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Ciao Giulia, grazie per la condivisione.
In una società di maschere una voce senza etichetta esce dagli schemi e fa paura.
Combatti ogni giorno con grandi draghi che giocano a polo nella tua mente: sii sempre orgogliosa della tua tenace resistenza.
Chi ha occhi e cuore aperti, vede e sente. Ma non è per tutti.
Un abbraccio
Alice
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Giulia, hai la mia solidarietà, comprensione, stima. Hai già superato lo stigma relativo alla scorretta percezione della vergogna, che ghettizza e peggiora ingiustamente chi come noi è vittima di una malattia. Continua così, ti prego. Aiuta tanti come noi
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Quante verità e quanta forza. Non so chi sei ma ti voglio bene.
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Le tue parole mi hanno toccato profondamente. Parlare così apertamente non è facile, ed è proprio per questo che il tuo gesto è così prezioso. Hai espresso con forza e lucidità qualcosa che troppo spesso viene ignorato: se chi mostra la testa pelata per il cancro è considerata un’eroina, perché chi racconta con dignità e verità il proprio disturbo mentale non dovrebbe meritare lo stesso rispetto? In fondo, non parliamo sempre di sofferenza, di bisogno di aiuto e di comprensione? Grazie di cuore. Gianni
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