“Il Mito della Normalità” di Gabor Maté – Estratto

Negli ultimi anni ho acquistato diversi libri che trattano il tema del disagio mentale. Quando entro in libreria finisco puntualmente attratta, come lo è un orso bruno da un salmone in risalita nel fiume, dalla selezione dedicata alla psicologia. C’è in me, e penso anche in molti di voi che leggete, una fortissima necessità di capire i meccanismi che mi portano a fabbricare certi pensieri e ad attuare certi comportamenti, siano essi di natura depressiva o maniacale/psicotica, ma anche la speranza di scovare in qualche pagina le testimonianze di persone che stanno vivendo o hanno vissuto una condizione simile alla mia e che hanno trovato gli strumenti adatti per gestire la loro malattia restituendo un significato alla loro vita. 

Detta molto semplicemente, sono convinta che non basti solo l’assunzione di psicofarmaci a migliorare i nostri processi mentali. Serve tanta conoscenza, introspezione e consapevolezza (in questo aiuta enormemente la psicoterapia) per riuscire a inventare quella formula magica che funziona per noi, e noi soltanto, e che è in grado di farci sperimentare una vita appagante.

Io quella formula non l’ho ancora trovata, infatti sto affrontando l’ennesimo episodio di depressione stagionale che ha coinciso con l’inizio dell’estate. Però non mi do per vinta. E allora mi sono detta che leggere mi potrebbe aiutare a trovare la via d’uscita da questa fase così buia. Ho preso dalla libreria di casa mia un saggio scritto dal medico canadese Gabor Maté “Il Mito della Normalità” di cui vi cito il piccolo trafiletto in prima di copertina: 

“La salute non è quel concetto idealizzato da cui la nostra società è ossessionata, ma una funzione dell’andamento culturale della collettività: le strutture sociali, i sistemi di credenze, i valori che ci circondano. Per guarire malattie croniche, disturbi mentali, patologie psichiatriche e forme di dipendenza bisogna prima di tutto proiettare uno sguardo profondo all’interno della società.”

All’interno del libro ho trovato numerosi spunti di riflessione interessanti, soprattutto per quanto riguarda il ruolo dei traumi nello sviluppo di certe patologie e perciò consiglio anche a voi questa lettura.

Qui di seguito vi propongo un estratto del saggio dove viene raccontata l’esperienza di una paziente del dottor Maté affetta da disturbo bipolare. 

Il significato, quando ci si preoccupa di cercarlo, emerge anche nel disturbo chiamato bipolare o maniaco-depressivo. “Mi sono ammalata per la prima volta a ventun anni, ricorda Caterina. “Ho avuto un episodio psicotico in piena regola. Pensavo di essermi trasformata nella personificazione del male. Mi sentivo una creatura orribile, che non meritava nemmeno di esistere. Entravo in stati catatonici e sentivo delle voci, che mi dicevano tutte quante quanto fossi indegna e cattiva.”

Diversamente dal solito, quest’intervista è avvenuta in presenza dei genitori di Caterina. Erano stati loro a consultarmi, intuendo che i problemi della figlia non derivassero solo dalla sua chimica cerebrale.  

L’episodio maniacale di Caterina si era verificato dopo un’astiosa discussione con la madre. “Mi ero sentita ferita e arrabbiata per qualcosa che aveva detto. Pensavo di aver rovinato la mia famiglia e che sarebbe presto andata in pezzi. In un primo momento, quest’idea mi spaventava, ma poi ha cominciato a piacermi; tale soddisfazione ha continuato ad aumentare, fino a farmi sentire incredibilmente potente: pensavo che avrei potuto salvare il mondo. Non ero più una forza distruttrice, ma il mio scopo era riportare l’arte nel mondo.” (Ora, a ventisei anni, studia arte all’università di Toronto). A causa dell’eccesso di energia tipico degli stati maniacali, Caterina non era riuscita a dormir per una settimana ed era stata ricoverata in un ospedale psichiatrico. Qui le erano stati prescritti farmaci per alleviare i sintomi, ma nessuno l’aveva incoraggiata a interrogarsi sull’origine dei suoi deliri collegati a un potere maligno o straordinariamente benigno. “secondo lei è qualcosa che dovremmo approfondire?”, mi ha chiesto Caterina “I miei psichiatri pensano che i deliri siano come avere la febbre.” Le ho risposto con una domanda: “E se i tuoi deliri fossero invece perfettamente accurati? Non in senso concreto, ma in relazione alla tua realtà emotiva.” Le ho fatto notar come entrambe le fantasie (“Ho rovinato la mia famiglia” e “Ho il potere di salvare il mondo”) avessero qualcosa in comune. Caterina ha colto rapidamente la somiglianza: “In tutti e due i deliri, il controllo è nelle mie mani, sono estremamente potente!”

Ben presto l’origine di quel senso di smodato potere ha cominciato a venire a galla. “i miei genitori hanno attraversato una brutta crisi quando avevo undici anni. Di notte litigavano furiosamente, gridavano tutti e due. Mio padre me ne parlava e qualche volta piangeva …è comprensibile, perché stava passando davvero un brutto momento, e noi due eravamo molto uniti. Tale “vicinanza”, in realtà una poco sana assenza di confini che gli psicologi chiamano fusione, era proseguita per tutti gli anni formativi. Benché s trattasse di una dinamica deleteria, Caterina si era convinta che fosse suo dovere morale proteggere i genitori, colpevolizzando sé stessa per l’impossibilità di tenere unita la famiglia, che viveva come una dimostrazione della propria inutilità. Non rientra nell’ordine della natura che i figli debbano assorbire e farsi carico delle pene dei genitori. “Invece, il rovesciamento di ruoli tra bambino, o adolescente, e genitore, a meno che non sia decisamente temporaneo, non solo indica quasi sempre una patologia del genitore ma è anche causa di una patologia nel figlio”, ha scritto lo psichiatra britannico John Bowlby, grande pioniere della ricerca sull’attaccamento e lo sviluppo della personalità. 

La fase psicotica di Caterina può essere interpretata come un’ossessione interiore: tutte le intense emozioni che, da bambina, era stata costretta a reprimere per continuare a svolgere il suo “comprensibile” ruolo si erano impadronite della sua mente di adulta. I genitori, che a loro volta avevano subito traumi nelle loro famiglie di origine e che avevano vissuto tragedie politiche nei paesi da cui provenivano, erano del tutto incapaci di gestire le proprie emozioni, per non parlare di quelle della giovane figlia. Le autoaccuse di Caterina riguardo alla sua malvagità e il delirio di onnipotenza pressoché divina rappresentavano i due poli di un “potere” opprimente, che non avrebbe dovuto mai farsi carico. 

Uno studio del 2013 ha coinvolto circa seicento soggetti francesi e norvegesi con una diagnosi di disturbo bipolare. “I nostri risultati dimostrano rilevanti associazioni tra traumi infantili e un quadro clinico più grave della malattia bipolare”, scrivono i ricercatori. “inoltre i dati segnalano l’importanza di includere gli abusi psicologici oltre agli spesso studiati abusi sessuali per approfondire le caratteristiche cliniche della patologia” (Da B. Etain et al. “Childhood Trauma is Associated with Severe Clinical Characteristics of Bipolar Disorders”, Journal of Clinical Psychiatry, ottrobre 2013, pp. 991-98. Lo studio non implica, né intendo farlo io, che le avversità infatili causino il disturbo bipolare, ma si tratta di un fattore contribuente, che ne determina in particolare la gravità.) Come abbiamo appena visto nel caso di Caterina, notiamo il fatto che forme più sottili di disagio emotivo, benché più difficili da studiare dei traumi evidenti, in personalità sensibili siano altrettanto dannose.

“Lei pensa che le persone dovrebbero concentrarsi sul contenuto emotivo dei deliri e provare a comprenderli?”, mi ha chiesto Caterina alla fine del nostro incontro. “Pensa sia un modo per curarli, invece di limitarsi a medicarli?” “Una cosa non esclude l’altra, le ho suggerito. “Se tu non stessi prendendo farmaci, ora non saresti in grado di avere questa conversazione con me. Non sono contrario alla prescrizione di farmaci, il problema è che, troppo spesso, questa è l’unica cosa che i medici fanno”.  

Tratto da: “Il mito della normalità – trauma, malattia e guarigione in una cultura tossica”, 2022, Gabor Mate, traduzione di Barbara Sambo, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore

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